Stato interessante

La bambola significati legati alla propserità e fecondita

 

Qualche giorno fa, una delle fondatrici del blog, Emanuela Borrelli, ha avuto la brillante idea di titolare questo spazio dedicato al materno: “Stato interessante”.
Il titolo – che qualcuna ha definito “geniale” – ha avuto un notevole impatto, un mix di imprevisto e di sorpresa sulle persone che partecipano al gruppo di Autocoscienza online, abituate a definire quella particolare condizione femminile con i termini solitamente utilizzati a tale scopo”, “maternità”, “materno”.
E allora mi sono chiesta: Che cosa fa del materno uno “stato interessante?”
Perché si usa questa espressione? Interessante – ovvero che suscita interesse, sì, ma per chi?
Bisogna forse interrogare la radice etimologica della parola “interessante”: “inter-esse”, “essere fra”, per venirne a capo?
Bisogna forse essere presa fra la madre e la donna? E’ così che Emanuela sembra aver vissuto il suo “inter-esse”, il suo stato interessante, il suo essere fra la donna e la madre nel raccontare la sua storia di madre di una bimba – ora una giovane donna – autistica.
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Pensieri sparsi sul materno da: Donne in strada a scuola di non violenza a cura di Oikos-bios Centro Filosofico di Psicanalisi di Genere Antiviolenza
La donna dando la vita perde la propria”. (Genesi II)

“E danno il sangue, il pane e il lavoro e danno il sonno e il sudore delle notti perché altri riposi, in tutto simili all’anatra norvegiana che sotto un cielo di ghiaccio si strappa dal petto le moltissime piume per farne un nido caldo per i suoi piccini. Così le madri dell’uomo intrecciano spesso coi loro dolori un nido caldo alle loro creature per non vivere che della vita altrui, per non serbare a sé che la gioia degli altri”. (Mantegazza)

“In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, in me la madre non s’integrava con la donna”. (Aleramo)

“Mi sentivo come invasa da un altro essere che senza pietà mi avrebbe svuotata mi avrebbe succhiata tutta per poter vivere lui. Mi sottraeva il nutrimento ovunque potesse trovarlo, mi spogliava il sangue e cresceva cresceva e forse sarebbe diventato così grande da farmi scoppiare. A volte, dopo aver passato il week end a sentire i loro strilli e a mettere in ordine i loro giochi, ho addirittura voglia di ucciderli!”. (Seranis)

 “Un bambino può nascere/ solo dopo la nascita/ della maternità di sua madre”.  (Marinopoulos)

“Le madri non cercano il paradiso, il paradiso io l’ho conosciuto il giorno che ti ho concepito. Perché vuoi morire? Non ti ricordi la tua tenera infanzia quando hai giocato con me? Perché vuoi inebriarti della tua anima? Tu stai uccidendo tua madre eppure non riesco a dimenticare i gemiti del parto. Anch’io quel giorno sono morta quando ti ho dato alla luce, tu sei peggio di qualsiasi amante figlio mio tu mi abbandoni”. (Merini)

“Fare più figli. La nostra società è affetta da schizofrenia ma non lo sa. Cultura e società che esaltano il Materno hanno fondato se stesse su un matricidio originario: l’assassinio di Clitennestra per mano del figlio Oreste di cui la Tragedia di Eschilo ci narra. Mettiamo a nudo la menzogna sulla difesa della vita ascoltando le parole di due madri lavoratrici”.

“Dopo otto mesi dalla nascita della bambina sono tornata. Mi sono seduta alla scrivania, il mio dirigente mi chiama, mi dice: “No, signora, quello non è il suo posto, il suo posto è di là”.

“Sono in cura da uno psichiatra, sono quattro mesi che sono a casa e ho raddoppiato gli antidepressivi.”

“Non è la madre la generatrice di colui che si dice da lei generato, di suo figlio. Generatore è chi getta il seme. (Groddreck)

“Un figlio e la madre credono di appartenersi fino alla morte e io voglio lasciarglielo credere. So essere molto snob all’occorrenza, e non mi prenderò il fastidio di avvisarli che le cose non vanno affatto a quel modo. I figli sembrano un diretto possesso delle madri. Sono le fornaci da cui escono e, per questo, credono si tratti di carne della loro carne. In realtà, invece, io ho sempre pensato che i figli – soprattutto i maschi – siano soltanto opera del padre. Del padre e basta (…). Vorrei essere il figlio di un padre senza che mia madre ci avesse messo del suo in tutta la dannata faccenda”. (Tasca)

“Perché gli uomini esprimono il conflitto sulle scelte procreative parlando in nome della vita del nascituro? Dietro una presunta difesa del diritto del valore della vita, si cela un’ancestrale paura maschile di essere esposti all’arbitrio femminile per venire al mondo”. (Ciccone)

“Si riattiva immutato” – nell’immaginario maschile – “uno dei fantasmi più antichi e radicati. Quello della Madre mortifera. Potente, autosufficiente”.

“Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso, sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio malgrado le tue sante guerre per l’emancipazione. Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d’amore che però grida ancora vendetta e soltanto tu riesci ancora a piangere poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volgi e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la terra e innalzi il tuo canto d’amore”. (Merini,  A tutte le donne)

“Ogni figlio vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo tempo, del suo corpo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti altri dall’amore per il figlio.”  (U. Galimberti)

“L’idea che una donna si senta madre di punto in bianco per natura, perché aspetta un bambino, appartiene al mito e non alla realtà”. (Marinopoulos)

“C’è la minacciosa madre onnipotente che insidia l’indipendenza filiale, soprattutto, ci sono le madri intrusive, le madri protettive e soffocanti e poi le madri esigenti, ma ci sono anche le madri assassine dei figli, e poi quelle inette e impotenti, quelle ammalate e depresse, quelle che amano troppo e quelle che non amano abbastanza, quelle irresponsabili che non sanno essere solo madri e magari vogliono essere anche donne, quelle che vogliono essere madri a tutti i costi, quelle che persino vogliono far i figli da sole, quelle che non lasciano crescere i figli e anche le figlie, quelle che non si fanno da parte, e poi ancora la madre fusionale e la madre perfetta, quella custode della pienezza del bene, e la madre sacrificale, quella della cura e della comprensione totale, la madre dell’amore e della protezione, quella della pace e quella dell’armonia naturale e così via nella lunga teoria delle varie sembianze della “madre spettrale”, dove si confondono le vecchie paure e le nuove, le tradizionali matrifobie e idealizzazioni materne”. (Sartori)

 

etruschilui e lei

 

“L’OSPITE” è il testo in cui Emanuela narra la sua difficile  esperienza di madre di una figlia autistica. A rendere la condizione di vita di Emanuela meno tragica e insopportabile, c’è, accanto alla Madre, oltre la madre, al di là della madre che lei è, la  presenza della  Donna. Il tema del rapporto fra la madre e la donna –  che assume nel particolare contesto di vita di Emanuela una luce tutta speciale – verrà ripreso e da lei sviluppato in un prossimo articolo.

 

Parto 3

 di Emanuela Borrelli /L’Ospite

Alma è stata concepita il 16 aprile 1987. In quel periodo vivevo ancora a Roma, la città dove sono nata e ho vissuto fino all’età di trent’anni e dove ho iniziato a lavorare molto giovane (non avevo ancora 18 anni), frequentando continuamente, corsi, scuole serali,  sostenendo un’analisi personale durata sei anni, contemporaneamente alla formazione in psicoterapia presso un istituto privato, iscrivendomi alla facoltà di psicologia presso l’università La Sapienza. Con il padre di Alma ci eravamo conosciuti in Grecia nell’estate dell’86, proprio quando con l’uomo con cui stavo da otto anni avevamo finalmente deciso di andare a vivere insieme.  Invece fu l’inizio di un’altra storia che sembrava impossibile: lui milanese che viveva e lavorava a Milano e io romana che vivevo e lavoravo a Roma; un andirivieni di viaggi in treno e costosissime bollette telefoniche, per questo si decise di comune accordo che il mese di maggio dell’87 sarebbe stato il termine ultimo per trasferirsi lui a Roma, io a Milano, altrimenti la nostra storia avrebbe avuto un fine. Invece a concludersi fu il rapporto di lavoro con Buffetti a causa del mio rifiuto di un trasferimento a Pomezia. E così, dopo più di dieci anni di lavoro, fui licenziata e non sapevo nemmeno di essere già incinta. Ogni volta che ripenso a quell’anno, l’87, mi sembra di aver vissuto due vite: una prima e una dopo a determinare due dimensioni esistenziali, due vissuti, completamente diversi e separati. Il mio vivere nel milanese ebbe inizio aspettando la nascita di Alma. Per la prima volta disoccupata e dipendente economicamente da un uomo. Un piccolo ospedale  a Ponte dell’Olio, rinomato per il metodo naturale ispirato a Leboyer, era il posto che scelsi per il parto.  Tutto filò liscio come l’olio, proprio come il ponte, e dopo un lungo travaglio durato tutta la notte, Alma nacque senza difficoltà il 9 febbraio 1988 alle 9.10 di mattina. Fu suo padre a tagliare il cordone ombelicale.  Ero diventata madre di una bambina che allattavo al seno, era sana, cresceva benissimo diventando sempre più bella. Quello che preoccupava erano certi modi particolari di piangere insistentemente, senza un comprensibile motivo, il dormire poco la notte richiedendo la mia vicinanza e quella di suo padre. L’ossessione per il seno cui sembrava proprio non voler rinunciare e quel suo guardare  di lato, oppure un punto del soffitto vicino alla luce. A due anni e mezzo la prima diagnosi: tratti autistici. Percepivo me stessa come catapultata in una dimensione fuori dal comune, cui non ero minimamente preparata. L’autismo di mia figlia ė stata una diagnosi che mi ha portata altrove, dove non sarei mai voluta stare. Riprendevo a sfogliare i libri di  Melanie Klain, di Winnicott, per capire e cercare una spiegazione logica, comprensibile, accettabile…. Ma che razza d’informazioni avevo avuto sull’autismo  se nulla di quello che leggevo e rileggevo, nessuna teoria, corrispondeva a ciò che vivevo e avevo davanti: una bambina che era mia figlia, voluta e amata, non sorda, non muta, non cieca; che udiva  ma non parlava e sembrava non vedere, non sentire, non capire…oppure ero io che non capivo lei? Alma non imparava spontaneamente e sembrava non interessata a quello che altri bambini ritenevano interessante.  Dalle visite specialistiche, accertamenti diagnostici, risonanza magnetica, non risulta nessuna anomalia. Ma allora? Che significava… Una neuropsichiatra della clinica universitaria di Bologna, durante uno dei numerosi ricoveri per accertamenti,  mi disse che l’autismo è definito un handicap criptogenetico… Come dire che bisognava tornare a scavare… ma in quale cripta? Guardandola addormentata la mia mente tornava prepotentemente a quei silenzi severi, insopportabili e opprimenti di mio padre. Non capivo mai cosa gli passava per la testa e quello che trasmettevano quei silenzi era solo severità e chiusura.  Avevo 17 anni quando lui ebbe un infarto proprio mentre parlavamo insieme,  soli, lui e io, una volta tanto serenamente. Anche da mia figlia arrivava uno strano silenzio: l’impossibilità di comunicare. La sua mente sembrava funzionare diversamente: come se avesse avuto altre forme di pensiero e di percezione della realtà che per me erano sconosciute. Mi sentivo dannatamente fragile, stupida, impotente, persa… arrabbiata. Alma aveva e ha tutt’ora una resistenza fisica impressionante e ai suoi malesseri non  seguono comportamenti prevedibili. Lei sembra comunicare con tutta se stessa espressa attraverso il suo  corpo: stando ore e ore in piedi, spingendomi dove vuole lei, oppure aggrappandosi a me fisicamente, cercando di graffiarmi, di strapparmi i capelli e spingermi come a dimostrare quello che la fa stare male. Ricordo quando  aveva 12 anni che stette più di dieci giorni senza dormire mai di notte e pochissimo di giorno.  Non potevo aiutarla, comprenderla e nessuno era in grado d’intervenire,  spiegare  o fare qualcosa di sensato: una terapia riconosciuta come valida per l’autismo sembrava non esistere e Alma non rispondeva positivamente nemmeno a quegli interventi educativo-comportamentali attivati in Italia da esperti.  La sua mente funzionava diversamente e tutti quei “geni” che avevano scritto di autismo mi rimbalzavano in testa con le loro teorie che invece di aiutare a capire generavano altri dubbi, insicurezza, confusione e inutili quanto costose  psicoterapie secondo cui bisognava stendere la madre sul lettino per curare il figlio autistico. Purtroppo alcuni testi, ancora oggi, come La fortezza vuota e teorie sull’autismo come quella della “madre frigorifero” (Bruno Bettelheim) o della “madre coccodrilla” (Lacan) sono ancora in circolazione e pretendono di formare  studenti universitari sull’autismo. Più cercavo di capire l’autismo per capire mia figlia, più mi rendevo conto che non ci capiva niente nessuno, non solo io che potevo essere emotivamente condizionata.  Sul mercato erano e sono disponibili teorie di tutti i tipi, ma solo i genitori  mi sembravano consapevoli e sensati, impegnati a trovare soluzioni concrete e realistiche per rendere l’autismo del figlio un handicap considerato e trattato in modo adeguato. Era l’8 marzo del ’95, Alma aveva sette anni, quando nacque suo fratello. Ricordo quella bambina, quando tornai a casa col fratellino, aprirmi subito il cappotto per vedere se avevo ancora o no il pancione, poi dirigersi verso la culla cercando di entrarci dentro anche lei. Rimasi impressionata da questo comportamento: Alma era consapevole di tutto e non aveva bisogno delle parole per spiegare quello che sentiva. Mentre allattavo il piccolo al seno, lei mi stava vicina e partecipe, dandomi continui baci e dimostrando affetto, a modo suo, ma anche il bisogno di non essere messa da parte.  Avevo avuto un altro figlio, cosciente del fatto che sarebbe cresciuto in una famiglia speciale e pertanto bisognava allenarlo cercando di proteggerlo. I bambini hanno una meravigliosa disponibilità di adattamento e a sei mesi  Dario iniziava il suo programma di svezzamento: ricordo che gli misi in mano un cucchiaino e la pappa,  ma subito  Alma richiamava la mia attenzione e dovevo darle retta. Così vidi quel bambino che da solo cercava di mangiare riuscendo a cavarsela benissimo, tant’è che in seguito dimostrava di gradire il fare esperienza da solo, richiedendo un minimo di sostegno. Da allora ogni tanto gli racconto, ancora oggi che ha quasi 19 anni: tu ti sei svezzato da solo e sei stato bravissimo. Infatti da piccolo la sua ambizione era fare il “cucinista”. Dario e Alma si sono integrati perfettamente. Il piccolo riusciva a fare cose incredibili con la sorella, tipo inserirle il dito in bocca per guardarle dentro e lei se lo lasciava fare tranquillamente, quando con noi genitori era tutto un problema e non si riusciva nemmeno a pulirle i denti. Alma ha quasi 26 anni,  è ancora non verbale e si sono aggiunti molti problemi,  tra questi dei comportamenti talvolta insostenibili anche per la forza fisica con cui li esprime. Soprattutto nei miei confronti sembra voler dimostrare tutto il suo disagio, quello che lei sente e che non può comunicare in altro modo. Giorni fa ho scritto una nota in facebook definendo i genitori di persone con autismo ricercatori, aggiungendo incalliti. Si cerca sempre, anche di notte quando si dorme, un modo per far stare bene i propri figli speciali e anche noi genitori abbiamo tanto bisogno di migliorare la qualità della vita esposta a uno stress indescrivibile. L’autismo di mia figlia ha dato una scossa violenta non solo alla madre, ma anche alla donna che ero. Credo sia stata la donna più che la madre a trovare il modo e la forza per non soccombere: ho pensato molto seriamente che quella era la mia vita,  la mia storia e non potevo permettermi di perdere tempo a desiderarne un’altra che non esisteva. Dovevo starci dentro e affrontarla, se possibile a testa alta, proprio come una sfida. Lo dovevo  fare soprattutto per me stessa, perché se non potevo sostenere quella condizione, non potevo nemmeno fare nulla per mia figlia che doveva  crescere, essere educata e vivere in base alla sua condizione reale e non ideale. La madre si sarebbe persa se la donna non fosse stata in grado di stabilire una sua ragione di vita propria, anche in quella dimensione e la permanenza in una condizione di simbiosi madre-figlia avrebbe causato solo paralisi, chiusura, morte. Dovevo e volevo essere comunque felice di qualcosa, non sapevo bene di cosa ma sentivo profondamente che non volevo rassegnarmi alla depressione, al lutto, alla perdita di uno stato mentale libero da etichettature… Quando Alma aveva 8 mesi ricevetti una strana telefonata: una persona mi chiedeva un colloquio per una psicoterapia. Era stata indirizzata a me da Roma, perché una sua conoscente frequentava l’IPA e era in analisi da quella che era stata la mia psicoterapeuta. In quel momento, al telefono, dovevo decidere se potevo e se desideravo essere e considerarmi una psicoterapeuta. Accettai quest’altra sfida e ripresi in mano la mia formazione: stavolta in una scuola milanese, con uno psicoanalista uomo e un gruppo di supervisione che frequentavo regolarmente, spendendo più di quello che guadagnavo. Oltre alla supervisione  ho seguito un percorso di gruppo e individuale con un’analisi personale, stavolta freudiana ortodossa, che prima non avevo sperimentato: le sedute sul classico lettino. Credo sia stato questo percorso, durato altri sei anni,  a darmi la giusta forza per conoscere i miei limiti reali, ma soprattutto le risorse dettate proprio da quella condizione straordinaria. Rimasta incinta del secondo figlio  ho sentito che quella della psicoanalisi non era una strada che potevo continuare a percorrere perché richiedeva ulteriori formazioni e studi che non erano per me possibili, diciamo che non sentivo il desiderio e così si concluse anche quell’esperienza. Quando lasciammo quel reparto maternità a Ponte dell’Olio ci dettero un foglietto con una scritta che appariva anche in un grande quadro appeso all’ingresso della sala parto: “I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della vita stessa. Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi, e non vi appartengono benché viviate insieme. Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri, poiché essi hanno i loro pensieri. Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro, poiché abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare. Cercherete d’imitarli, ma non potrete farli simili a voi, poiché la vita procede e non s’attarda su ieri. Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate lontano.” di Gibran Kahlil Gibran Queste parole sono rimaste impresse nella mia mente, perché non riesco e non posso permettermi d’immaginare mia figlia Alma come una freccia, certamente viva, da scoccare lontano.

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Uomo donna madre, è incredibile, forse.

L’impotenza dei tuoi occhi ghiacciati dalla sofferenza madre offuscata dalla tua memoria di bambino, sono io, quel respiro spezzato a metà.

I tuoi sogni nell’innocenza dei miei desideri, li hai strappati come fiori appena nati, quando mi dicesti di volerli proteggere.

Antico è il mio pianto di donna, come se nella tua immagine m’uccidessi tagliando ora lo stesso filo d’amore dal quale mi alimentavi.

Ma ero io, io alimentavo te, sopravvivesti nell’immagine riflessa della tua dipendenza, non si può vedere ciò che è lontano.

L’importante era essere altro da te, per disconoscerti dello stesso abisso che ti compone, anima pietrificata da un amore incapace e troppo.

Lo so, crolleresti, per questo senza amore ti ho cullato nella sicurezza della mia fedeltà, feci il voto di sostenere l’avidità in te.

Ho rinunciato per amor mio ma ora quel respiro che mi hai spezzato, non mi ritorna più, quel filo che hai reciso mi ha divisa.

Ero venuta per unirti ma sono tornata spezzata.

Leda Bubola

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Quel Sì interiore…

Menarca, mestruazioni, autodeterminazione,  contraccezione,  pillola del giorno dopo, aborto farmacologico, aborto chirurgico, possibilità di non riconoscere il nascituro, culla termica, maternità, menopausa….
Sono tornate tutte insieme queste parole, piano piano a formarne una sola tra tutte, “aborto”, come una valanga, prima dalla Spagna all’Italia, poi sulla rete e in particolare qui, e poi nella mia piccola Ba…silicata.  Una pessima e confusa proposta di legge regionale ci ha riportato indietro di anni, ci ha riportato a discorsi pubblici e a prese di posizione, ma anche, per quanto mi riguarda a considerazioni personali.
Ho due figli, non sono più in età fertile da anni, e ho salutato questo passaggio della vita con gioia, perchè significava una preoccupazione in meno: quell’ansia  più o meno sottaciuta e poi placata a ogni  arrivo del “ciclo”. Quel chiedersi ogni volta in qualche angolo seminascosto della coscienza, nonostante le precauzioni, cosa farei se.. cercare di sentire o meno dentro di sé quel Si, quel consenso materno interiore, che può permettere o meno al prodotto del concepimento di svilupparsi e diventare vita. Ed è questo Si, è questo consenso interiore che deve essere il più possibile libero da costrizioni e pressioni.

Ogni donna lo sa, al di là di tutto, molto in fondo. c’è un senso di solitudine, inadeguatezza, paura di essere fagocitate da una relazione così stretta, paura di non farcela e di perdersi… a tutto questo bisogna dire Si… Perchè quel Si sarà dentro di noi e ci aiuterà nei momenti peggiori, anche e soprattutto, ogni donna lo sa ma non lo ammette, nei momenti in cui vorresti tornare a essere sola senza… E se manca quel Si…. l’ho visto tante volte mancare nello sguardo di donne sperdute ( è con donne che ho più a che fare) a cui non è stato mai detto e che ancora, a qualsiasi età sperano di  sentirselo dire.

Cinzia Marroccoli

Parto

 Stato interessante

Madri non Madri

Considerata la nascita, all’interno del blog Tabula rasa, di Stato interessante – una pagina che abbiamo voluto dedicare al materno – e l’importanza da noi assegnata a questo spazio, ci sembra utile e stimolante ai fini di  una eventuale discussione, commentare un interessante testo di Lia Cigarini diffuso qualche giorno fa nella pagina della Libreria delle donne di Milano se non altro perché esso sembrerebbe in qualche modo smentire la realtà di un certo disinteresse del femminismo riguardo al tema del materno da noi a suo tempo così enunciata:

“Perché le femministe sono così poco interessate a Stato interessante? – ci chiedevamo un po’ di tempo fa. Qual è la ragione di questa evidente presa di distanza, quasi un tabù, da ciò che concerne la sfera del materno e come si accorda questa presa distanza – che ha tutto l’aspetto di una “resistenza” – con il desiderio, indubbiamente interessato, che ha portato delle donne ad accogliere, in passato, la teorizzazione di un ordine simbolico materno al punto di farne una pratica di “cura dell’isteria” all’interno di tale ordine?”

Stante il crescente interesse che il tema del materno sta suscitando in questi giorni, nel procedere a fornire il link di riferimento utile alla lettura del testo di Cigarini, seguito da commento, ci chiediamo se il nostro “bilancio” iniziale sullo scarso indice di gradimento – di cui abbiamo voluto dar conto nel blog e nella pagina fb di Tabula rasa non abbia avuto esso stesso una funzione attivante nella promozione di un tema di questi tempi decisamente trascurato.

http://www.libreriadelledonne.it/e-morta-antoinette-fouque/

Capita, a volte, che ci sia bisogno che qualcuna muoia perché il suo pensiero – mi riferisco al libro di Antoniette Fouque, psicanalista e femminista francese conosciutissima in Italia negli anni ’70  – diventi “interessante e sollecitante al presente”.

Si nasce e si muore e si rinasce.

Di che genere di “interesse” e “sollecitazione” si tratta in questo nostro “presente?” Di un interesse al materno? Alla psicanalisi? A ciò che, del pensiero di Fouque, ha potuto sedurre e poi allontanare, in passato, alcune femministe milanesi e che oggi provvidenzialmente risorge nella speranza di far uscire il femminismo dalla  situazione di stallo in cui versa da tempo?

Di un interesse a tutto questo – si arguisce dal testo.

Ma non erano forse note alle femministe italiane, già dai primi anni ’70, le tesi di Fouque sull’importanza della psicanalisi come “arma rivoluzionaria”, la sua critica a un ordine simbolico come luogo di “…un solo linguaggio e due corpi sessuati diversamente che sono tutti e due preda di questo linguaggio”, su un ordine, dunque, incaricato da un unico simbolo maschile il “fallo”, a rappresentare due sessi?

Da dove nasce dunque, al di là dell’evento e del comprensibile e condivisibile dispiacere per la morte di una donna importante, questo improvviso interesse per il pensiero di Antoniette? E dopo tanta ricchezza e tanta scienza assimilata in passato, nonostante lei, grazie a lei e alla sua formazione psicanalitica – da cui nascerà, in Italia, la “pratica dell’inconscio” – è davvero ancora possibile e credibile parlare di rivoluzione simbolica, di contrasto al primato fallocentrico sostenendo, al tempo stesso, che il fallo, un simbolo maschile, è un significante che rappresenta anche la donna, senza avere l’accortezza di aggiungere che la rappresenta in quanto soggetto neutro maschile e senza trarne, soprattutto, le dovute conseguenze sul piano dell’analisi personale e politica?

Ebbene sì, è possibile. Il che equivale a dire che senza un serio lavoro di liberazione dal fantasma fallico – da cui le donne non sono più immuni degli uomini e i cui risvolti violenti appaiono evidenti – senza fare Tabula rasa di questo fantasma, parlare di un “pensiero della differenza” è  mistificante.

Per tornare ad Antonietta Fouque, “rilanciata” allo scopo di rivitalizzare un dibattito femminista “illanguidito”  che segna il passo ormai da tempo, va detto che la sua tesi sulla gestazione come “concepimento spirituale e carnale dell’altro”, come “attenzione vivente ed esperienza eteronoma che sa far posto in sé, al non sé” e come “paradigma dell’etica e della democrazia”, era ben nota alle femministe degli anni ’70 che l’avevano personalmente incontrata.  Va inoltre ricordato – come del resto viene apertamente dichiarato nel testo – che l’accento posto da Fouque sul materno, fu rifiutato da molte femministe allora disinteressate all’esperienza di “diventare madri” e interessate, invece, alla “dimensione, esistenziale e relazionale, di venire al mondo da una donna”.

Fu così e per queste ragioni che si andò consumando, in quei primi anni ’70,  la fine di ogni scambio politico del femminismo milanese con Fouque e con Psychanalyse et Politique, così come si consumerà il rapporto con Lonzi e con la sua pratica autocoscienziale e infine, con Irigaray, per stringersi, in un  abbraccio mortale, attorno a qualche Padruncolo della psicanalisi lacaniana che oggi si serve di alcune femministe “accademiche” per continuare in Italia a “curare” le donne.

Viene in mente qui – sit venia verbis – quel “mito dell’uomo” di cui parla Lonzi, che destina le donne a utilizzare spesso nei riguardi delle loro simili la stessa categoria dell’ ”usa e getta” riservata loro dagli uomini per rivolgersi, infine, sempre e ancora, verso l’uomo.

Al di là del ricordo, dicevo, del sincero dispiacere e del lutto comprensibile per la morte di Antoniette, come spiegare tanto interesse per dei temi da lungo tempo archiviati  dal momento che non basterà certo invocare l’ordine materno per dar conto del tabù del materno che pure, con questo ordine, deve pur avere una qualche relazione che  ancora attende di essere indagata.

Non possiamo non chiederci – e i cenni di Cigarini a una “discussione un po’ illanguidita” all’interno del femminismo ci autorizzano a farlo – se l’interesse per il pensiero di Fouque, da immemorabile  tempo  abbandonato, e il bisogno di voltarsi indietro verso questa importante figura femminile, non derivino dall’acuta percezione e dalla consapevolezza di un percorso che, iniziato sull’onda della differenza, si ritrova oggi, dopo tante peripezie, al capolinea della tanto disprezzata-agognata emancipazione-identificazione con l’uomo e alla scoperta del nesso cruciale esistente fra la realizzazione del desiderio e la sua morte.

Perché, altrimenti, “rilanciare” il desiderio scegliendo proprio la morte come strumento e punto di svolta di questo rilancio? Inutile aggiungere che tutto questo Lonzi, con la sua lungimiranza, l’aveva previsto:

Il mito dell’uomo è di tutte, sia come partner che come cultura, e non c’è proposizione rivoluzionaria o atteggiamento di riserbo che tenga: il mito è lì, camuffato, nascosto, ibernato, ma pronto a uscire fuori alla prima occasione. Il femminismo non deve istituzionalizzare la tipica inibizione delle donne che solidarizzano tra loro negando reciprocamente il mito dell’uomo. Il femminismo non è altro che desiderio di un processo di liberazione attraverso il quale smaltire questo mito, non ne è  la RISOLUZIONE. Quella rappresenterebbe la fine del problema, quindi LA FINE DEL FEMMINISMO.

Paola Zaretti

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