CORPO E RIVOLUZIONE IN MARX di Luciano Parinetto

12030344_820080511442381_2298281533403560402_oIl 16 settembre la Libreria delle donne “LIBRATI” di Padova ha ospitato Paola ZARETTI e Gian Andrea FRANCHI per la presentazione del libro CORPO E RIVOLUZIONE IN MARX di Luciano PARINETTO.  Alleghiamo la versione integrale delle loro relazioni per le amiche e gli amici di Tabula Rasa.

••Gian Andrea FRANCHI

CORPO E RIVOLUZIONE IN MARX di Luciano PARINETTO

Rileggendo Luciano Parinetto per la riedizione del suo libro teoreticamente più significativo, mi è parso di cogliere elementi per un rapporto con il pensiero di Judith Butler, peraltro indicati, senza riferimento a Butler, nella postfazione di Nicoletta Poidimani che insiste sulla chiara elaborazione parinettiana di tematiche raccolte diversi anno dopo sotto l’etichetta queer. Comincerò pertanto con una citazione di Judith Butler.

Il mio sé è costituito in eguale misura da coloro le cui morti compiango e da coloro le cui morti rinnego, morti senza nome e senza volto che compongono il malinconico sfondo del mio mondo sociale” (Vite precarie, Milano 2013).

Mi colpisce la differenza di stile fra Parinetto e Butler, che corrisponde a una differenza di periodi ed emotività storiche. Nel primo, il cui pensiero si è formato negli anni ’60 e ’70 del ‘900 agisce una sorta di energia impetuosa, di fiducia, quasi di fede, nella possibilità di una trasformazione radicale. Nella seconda, prevale il senso della problematicità, della complessità, ben espressa da categorie centrali come ‘vulnerabilità’ e ‘precarietà’.

La cura di questo libro, insieme a Nicoletta Poidimani, amica e allieva di Luciano, significa per me prima di tutto la cura per un amico morto, la quale mi ha spinto a chiedere, alla titolare dei diritti d’autore, poco propensa a temi ‘scandalosi’, la possibilità di questa pubblicazione, utilizzando una conoscenza di vecchia data.

Io sono qui dunque perché l’autore di questo libro, importante e dimenticato con il favore di tempi ingrati, era mio amico. Non per altro. Non per particolari competenze, né tantomeno per conclamata autorevolezza, anche se per tutta la vita mi sono appassionato alla filosofia e ho cercato di “far politica” dal basso, come si dice.

Questa presentazione, e altre, sono dunque un gesto di amicizia, quindi di relazione. Amicizia per un amico morto. Un gesto di cura per ravvivare ciò in cui l’amico morto poneva il senso della sua presenza al mondo, la parola scritta, parola filosofica, politica, di studio, di ricerca.

La cura per chi è morto è estremamente importante, perché chi è morto è del tutto inerme. Più ancora di un neonatoCurarsene è farlo rinascere.

A questo proposito, mi viene in mente un autore ‘postumo’, a me molto caro (che non c’entra niente con Parinetto), la cui presenza attuale è dovuta esclusivamente all’amore di una sorella e di pochi amici, che hanno raccolto, conservato e pubblicato le sparse carte abbandonate alla sua morte precoce: Carlo Michelstaedter.

Questo per ‘il coloro la cui morte compiango’ della citazione.

Per ‘coloro le cui morti rinnego’, vale il rimando alla nostra situazione contemporanea, fin troppo nota, mediaticamente, e per questo ancor più veramente ignota e da cui non si può prescindere. Non occorre dire altro.

Una parola, quella di Luciano Parinetto difficile nello stato presente delle cose. Una parola appassionata che si mostra nello stile di questa scrittura, tutt’altro che accademica, malgrado inglobi una , ma che risponde a un’esigenza di rigore della parola.

Il luogo in cui mi trovo a parlare di Luciano Parinetto dovrebbe essere quindi il luogo adatto. Infatti, l’aspetto più caratteristico del femminismo, del movimento delle donne, diffuso proprio in quegli anni ’70 che il libro percorre, è stato la visione della politica, della attività culturale, creativa, come pratica della relazione, nella convinzione che la trasformazione di una vita sociale oggi francamente più intollerabile di ieri non può che partire da una trasformazione dei rapporti in cui uno si trova a vivere per allargarsi più che si può… Ricordo una frase di Lia Cigarini, caratteristica di quella temperie politica, per cui il comunismo, se non si realizza qui ora a cominciare da chi è qui ora, non si potrà realizzare nemmeno in futuro.

Ritengo che questo libro sia una delle manifestazioni di pensiero più caratteristiche e insieme più creative degli anni ’70. E’ composto con una scrittura in cui passione ed erudizione, ironia e veemenza polemica si compongono in un tutto coerente ed è insieme una delle espressioni più significative e coerenti della temperie politico-culturale degli anni più ricchi di fermenti creativi del NovecentoE’ composto da articoli, tutti riveduti e modificati, scritti in gran parte per la rivista “Utopia” (1971-‘73) diretta da Mario Spinella (cui seguì dal ‘74 “Il piccolo Hans”), da interventi a convegni di quegli anni e da un articolo per “L’erba voglio” di Fachinelli e Lea Melandri.

Il pensiero e la ricerca di Parinetto che hanno goduto negli anni ’70 e anche ’80 di una qualche notorietà e influenza – è stato maestro di Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Einaudi 1977: la sua problematica della coprofagia si trova nelle analisi parinettiane dell’analità – è oggi quasi del tutto sconosciuto. La cosa non stupisce e non stupisce che siano gli aspetti più creativi di un’epoca a essere i più dimenticati.

L’attività culturale di Luciano Parinetto è stata molto intensa, titolare della cattedra di filosofia morale 3 alla Statale di Milano, autore di parecchi libri e di molti saggi su riviste.

Il centro unificante di questo complesso volume è l’utopia del corpo: sintagma molto importante e quasi paradossale perché lega al corpo, in tutta la sua multiforme complessità, la dimensione utopica, togliendola dall’originario carattere affabulatorio mai veramente dismesso.

Il corpo inteso come centro, direi anzi un nodo, di energia (energia: en ergon – messa in opera attività) relazionale e quindi erotica e quindi semantica (dove i tre termini si rimandano l’un l’altro: una rilettura radicale della libido freudiana), perché essere in relazione vuol dire desiderare, significare, comunicare, ricevere e dare senso. Emozioni, sogni, immaginario e simbolico, in quanto sono diverse modalità di relazione sono emanazione della carne relazionale del corpo. Sono il corpo stesso, che non è definito dalla sua forma cartesiana, definita nello spazio, ma è appunto energia che si diffonde. Adriana Cavarero, nella prefazione all’edizione italiana di Corpi che contano (p. x), di J. Butler, parla del “legame costitutivo fra la materialità corporea e la sua significazione”.

Il corpo è capacità relazionale multiforme, polivalente, senza meta, che non sia la relazione in quanto tale, perché la soggettività umana è frutto di riconoscimento e capacità di riconoscimento dell’altro, di una complessa serie di riconoscimenti. La soggettività non è fissata ab origine nel dispositivo culturale e politico della differenza maschio/femmina che è un dispositivo di potere, arcaico ma permanente, altamente perfezionato dal dispositivo capitalista. Né si tratta di liberare un desiderio primordiale, ma di liberare energia relazionale, la costitutiva tensione all’altro, dalle fissazioni di poter

Il potere è prima di tutto fissazione della potenza desiderante e semantica del corpo in figure subordinate, utili e controllabili; riduzione delle molteplici possibilità di relazione a quelle consentite. Ancora Cavarero, nel testo citato, scrive del “paradigma eterosessuale come potente apparato simbolico che produce, al tempo stesso, tanto il dominio maschile nel posizionamento gerarchico dei due sessi, quanto l’abiezione” di ciò che è insieme escluso e “necessario alla sua fondazione”.

Sottesa all’imponente riflessione di Parinetto c’è la sua esperienza dell’omosessualità che va intesa come riconoscimento di una figura aggiuntiva a quella eterosessuale. Questo va bene come affermazione di diritti denegati, ma rimane all’interno dei codici di una società capitalistica. Parinetto intende invece l’omosessualità come passaggio verso un eros polivalente che sfugge ad ogni fissazione, di genere e di altro.

Parinetto, nell’elaborare un concetto di corpo come centro di energia relazionale, lavora con forte tensione filologica a una sintesi della libido freudiana con la tätigkeit marxiana. Si tratta di una sintesi correttiva di Marx verso Freud e viceversa. Per cui gli aspetti pulsionali, naturalistici, della libido vengono corretti con la tätigkeit marxiana, che è attività relazionale fra gli umani e degli umani con la natura e, a sua volta, l’importanza della sessualità e dell’eros, messa in luce così fortemente da Freud, spinge a farla emergere in Marx.

Ma non si tratta di uno dei tentativi di freudomaxismo o, in questo caso, di marx-freudismo, inteso come un collage di testi, sollecitato dalle esigenze di quegli anni. Vi è certamente in Parinetto un rapporto con l’importante filone di ricerca che parte già da Wilhelm Reich, negli anni Venti, tocca il Marcuse di Eros e civiltà), Norman Brown e, in maniera del tutto originale, Deleuze e Guattari nella fase della loro collaborazione.

L’originalità di Parinetto sta piuttosto nello scavo interno ai testi dei suoi due autori di riferimento, con grande competenza filologica – è una delle sue caratteristiche – mettendoli anche in contraddizione con se stessi. Un aspetto interessante, che Parinetto però non approfondisce, compare là dove egli usa, per indicare queste contraddizioni, per Freud il termine il termine di crepe nel pensiero e di occultamento. Termine quest’ultimo usato soprattutto per Marx a proposito della dimensione sessuale ed erotica del corpo: occultamento. Fa reagire le crepe e l’occultamento di Freud con l’occultamento di Marx. “Anche se occultato v’è infatti in Marx un discorso sul corpo che va fatto riemergere e che risulta saldato indiscutibilmente e alla tematica dell’alienazione e a quella della rivoluzione” (Corpo e Rivoluzione in Marx, p. 27).

La potenza relazionale del corpo è bloccata dal dispositivo di potere capitalistico e inchiodata in una forma che si può definire come sessualità riproduttivo-familistica da una parte, e forza lavoro dall’altra, reciprocamente speculari: non si dà l’una senza l’altra. Perciò la necessaria trasformazione di questo duplice blocco complementare – alienazione, lo chiama Parinetto – non può che procedere in parallelo. Parinetto afferma anche che la società capitalistica, per parlar solo di questa società storica, è una società omosessuale, in quanto dominata dal maschio, cui l’eterosessualità è funzionale e subalterna. Posso aggiungere che, oggi, in una fase storica che Parinetto fece in tempo a vedere ma non a riflettere negli scritti, è il capitale stesso che supera la barriera fra lavoro di cura e produzione.

Parinetto si definisce marxiano e non marxista. Egli non approfondisce ma fa intendere che il limite centrale del ‘marxismo’ sta nell’esser partito esclusivamente dal corpo forza lavoro, corpo in definitiva maschile, trascurando ogni altro aspetto, rimandato a un dopo. Ricordiamo il puritanesimo di Lenin, la sua polemica con la Kollontaj, dato tutt’altro che marginale. A ciò va connessa l’organizzazione partitica autoritaria statalistica. Su questi punti fondamentali s’innesta la critica di Carla Lonzi alla tradizione marxista centrale espressa icasticamente in Sputiamo su Hegel.

C’è anche un sottotitolo al libro: morte diavolo analità (lasciamo per il momento da aprte la morte). Allude al fatto che questa potenza relazionale, che è il corpo, viene storicamente bloccata secondo due modalità o filoni principali, attraverso cui Parinetto studia la formazione dell’alienazione corporea: la stregoneria e l’alchimia (solo la prima è indicata nel titolo).

La stregoneria: è la figurazione storica dell’emersione del corpo polimorfo e della sua repressione; “la strega è il diverso per antonomasia…errante nel tempo e nello spazio” (N. Poidimani); è il diverso in ogni tempo e luogo (L. P.): la normalità viene prodotta emarginando o eliminando il diverso. Il corpo polimorfo emerge nel rapporto della strega con il corpo diabolico, il corpo osceno, fuori della scena del potere per eccellenza.

La strega e il diavolo sono le due figure complementari della diversità.

L’altro fondamentale filone di ricerca di Parinetto è l’alchimia: visione alternativa, qualitativa, della natura, strettamente legata alla questione del corpo e alla sua liberazione. La liberazione del corpo non può essere separata da un rapporto diverso con l’ambiente entro cui il corpo esiste e di cui si nutre. Gli alchimisti ritenevano che la trasformazione soggettiva fosse anche una trasformazione materica: l’opus alchemico implica che la natura sia attraversata dal desiderio.

Ciò lo spinge anche a occuparsi di pensiero cinese e in particolare del taoismo, di cui, nel commento a una stupefacente traduzione del Tao te king, dà una originale rilettura della dialettica, che ben ne mostra la sua peculiare concezione come forma della relazione fra gli esseri umani tra di loro e con la natura in un movimento continuo di trasformazione reciproca.

La crisi del 15°-18° secolo – nascita del capitalismo, culmine della persecuzione della stregoneria, rifiuto della visione alchemica da parte della nuova scienza di Bacone, Galilei, Cartesio – è da lui studiata nella sua complessità, come trasformazione del dominio sui corpi, quindi sulla sessualità e sulla natura. Parinetto cerca di riportare il materialismo marxiano a una visione in qualche modo alchemica del rapporto uomo/natura per cui la trasformazione dell’uomo implica quella della natura.

La morte, che compare nel titolo, è prevalentemente il tema del IV capitolo. In esso l’autore sviluppa un ampio colloquio con le principali meditazioni filosofiche sulla morte, troppo complesse per poterne accennare qui. Ricordo che l’ultimo testo di Parinetto – Gettare Heidegger – esce postumo. E’ un tentativo di fare i conti con il filosofo che ha maggiormente influenzato il pensiero filosofico del Novecento su questa tematica essenziale scritto quando già stava vivendo la sua propria morte.

••Paola ZARETTI 

CORPO E RIVOLUZIONE IN MARX di Luciano PARINETTO

Buona sera a tutte e grazie a Laura e a Ilaria per questo spazio di parola che Gian Andrea, ed io su suo gentile invito, abbiamo voluto dedicare a Corpo e rivoluzione in Marx di Luciano Parinetto.

Un libro che già nella sua prima edizione, datata quarant’anni fa, anticipava delle tematiche importate attraverso la queer theory, accolte solo più tardi e con successo in Italia. La ripubblicazione del libro è avvenuta – come Nicoletta Poidimani ricorda nella sua accorata postfazione – anche grazie a una spinta desiderante da lei ricevuta da Gian Andrea Franchi la cui bellissima introduzione al testo dell’amico – cui è stato legato da una profonda amicizia dagli anni dell’università fino alla sua morte – sembra scritta per ridargli vita, per restituire all’amico Luciano quella “boccata di ossigeno” ricevuta a suo tempo, e proprio grazie a lui, dalla stessa Poidimani:

 “La proposta di Gian Andrea Franchi di lavorare alla ripubblicazione di questo libro mi ha immediatamente entusiasmata: senza il rigore e l’efficacia della “cassetta degli attrezzi” parinettiana, anche la Queer Theory (…) rischia di rivelarsi un’arma spuntata nella critica e – soprattutto nella trasformazione dell’esistente”.

Nicoletta Poidimani oggi non è potuta essere presente ed è per questo che avendo accettato l’invito di Gian Andrea ad esserci, mi limiterò – dopo aver lasciato a Gian Andrea l’onere di illuminare il testo di Parinetto e alcuni dei suoi passaggi cruciali ricordati da Poidimani: il concetto di utopia come “rappresentazione del tempo aperto a una molteplicità di possibili” e come “nome della potenza semantica della carne”, l’equivalenza fra il concetto freudiano di libido e la metafora del diavolo, il nesso freudismo-marxismo e tanto altro che la sua ricca introduzione al testo ci offre – mi limiterò, dicevo, non già a supplire a questa assenza, ma a dar risalto a quell’ aspetto del suo pensiero che ha più empaticamente intercettato il mio e in virtù del quale la complessità teorica dei saggio di Parinetto viene messa da lei in tensione con il pensiero femminista della differenza.

Focalizzerò dunque la mia attenzione, su un aspetto del lavoro di Parinetto tutt’altro che marginale che a Poidimani sta particolarmente a cuore e su cui, in tempi di povertà come questi, vale la pena insistere. Mi riferisco, in particolare, alla sensazione da lei  vissuta e descritta in seguito alla lettura del testo del suo “migliore cattivo maestro” – erano gli inizi degli anni ’80 – come una “boccata di ossigeno” rispetto a quello che era, allora, il suo percorso all’interno del movimento delle donne:

Sentite:

 “La complessità teorica dei suoi saggi ha rappresentato, per il mio percorso nel movimento delle donne, una boccata d’ossigeno in anni in cui era imperante il pensiero della differenza sessuale (…). Chi si occupa di Queer Theory in Italia non solo non ha mai letto le opere parinettiane, ma spesso neppure ne conosce l’esistenza. Se questo dice molto della marginalità a cui l’Accademia ha condannato Parinetto e il suo pensiero eretico, d’altra parte è anche sintomatico della mancanza – e, dunque dell’urgenza – di un rigoroso lavoro di ricerca, anche di tipo teorico-archeologico, di chi promuove oggi la Queer Theory”.

Si conosce Mario Mieli – aggiunge Poidimani – che  fa riferimento a Parinetto e i cui testi Gli elementi  vengono citati come “Antenati” del queer in Italia” e non si conosce Parinetto.

Nicoletta Poidimani è una femminista e il fatto stesso che nel passaggio sopracitato consideri i saggi parinettiani una “boccata d’ossigeno” anche in riferimento e in relazione al pensiero della differenza – divenuto allora, come ricorda, non solo imperante ma forse, aggiungo io, persino imperativo – ci invita a riflettere, ancora una volta, su alcuni limiti, o, per meglio dire, sulla travagliata complessità, tuttora viva, legata a quel pensiero e teoricamente individuata ed elaborata non solo da Judith Butler ma dalla stessa Adriana Cavarero che pure al pensiero della differenza rimarrà saldamente ancorata nonostante la sua fuoriuscita dal gruppo di Diotima e l’interesse mostrato nei riguardi del pensiero di Butler di cui lo splendido dialogo Condizione umana contro natura contenuto in Differenza e relazione (Bernini, Guaraldo) ampiamente testimonia.

E’ dunque sul tema della differenza, di una differenza autenticamente intesa, che, tra i tanti aspetti interessanti del lavoro di Parinetto indicati da Gian Andrea e da Poidimani nella sua postfazione, – il pensiero sabbatico alchemico nemico di logiche di scissioni identitarie, la critica del “riconoscimento alienato” riservata all’omosessuale, la critica alle “narrazioni dominanti” in cui sono sempre “i vincitori a  raccontare (…) la storia dei subalterni”, e la ricerca, infine, di un altrove inteso come “un aldilà della cosa che ci fa cose”, – concentrerò la mia attenzione perché è proprio a proposito del concetto di differenza che Parinetto opera quel distinguo fondamentale destinato a definirne l’autenticità.

E’ alla luce, infatti, di questo distinguo (e qui ricordo, solo per inciso, il peso e l’importanza che la parola “autenticità” ebbe nel pensiero di Lonzi), che – prima di dar conto, a grandi linee, dello stato di salute dell’attuale dibattito in corso sul pensiero della differenza a livello nazionale e internazionale che vede da tempo teoricamente impegnate alcune pensatrici eccellenti come Butler, Cavarero e Benjamin di cui riporterò fra poco alcuni passaggi – sarà necessario capire quale è stato l’approccio teorico di Parinetto al tema della differenza sessuale, per confrontarlo con quello delle filosofe femministe sopracitate e coglierne alcune importanti affinità:

 “L’autentica differenza non è tanto e solo il femminile (che non c’è ancora) ma la libido impredicabile. Se fosse il femminile, si tratterebbe solo dell’altro dal maschile, e lo confermerebbe proprio negandolo; a una ruolizzazione si sostituirebbe una ruolizzazione duplicata. L’autentica differenza è il polimorfismo libidico che consente a ognuno i suoi sessi. Ciò non vuol dire che non sia provvisoriamente (un provvisorio che può essere secolare) decisivo e sacrosanto che il femminile emerga a contestare il maschile originando una dialettica che porti al superamento sia della posizione che dell’opposizione. Ma è solo l’inizio. L’importante è che, attraverso questa dialettica, emerga in tutta la sua portata la differenza del polimorfismo. Allora termini come maschio e femmina, eterosessuale e omosessuale (opposti interni alla dialettica della ruolizzazione) diventeranno inattuali e impraticabili e il diavolo trionferà”.

 “Ma è solo l’inizio”, scriveva Parinetto quarant’anni fa. E ora a che punto siamo quanto all’avvenuto superamento, da lui auspicato, di posizioni e opposizioni? E, soprattutto, possiamo dire che Il diavolo è trionfato? Quel diavolo che secondo Parinetto che cita Freud, altro non è se non “la personificazione della vita pulsionale inconscia, quel “satana incarnato” che l’eros rappresentava per Marx?

I termini maschio e femmina sono davvero diventati inattuali e impraticabili? In altre parole, il femminile è ancora pensato binariamente come quell’altro dal maschile che confermerebbe il maschile negandolo? E la sostituzione di una ruolizzazione con il suo duplicato è davvero per il femminismo una trappola  superata? O siamo ancora lontani/e dall’aver posto le basi “per andare al di là di una dialettica interna ai ruoli, e per entrare “veramente nella differenza” collegando omosessualità e femminismo al diverso?

Vorrei far notare, prima di entrare nel vivo della questione, l’importanza riconosciuta da Parinetto alla nozione di inconscio, dovuta alla sua profonda conoscenza dei testi freudiani e non solo – “Sono più freudiano che marxista”, scrive – e, come  Gian Andrea ci ricorda, la sua prossimità ad alcune aree creative del ’68, alla rivista “L’erba voglio” che ruotava in quegli anni attorno alla figura di Elvio Fachinelli, Lea Melandri e altre aree in cui le tematiche del corpo andavano ben oltre la risicata visione marxista-leninista di un corpo esclusivamente inteso come forza-lavoro. E, giusto per restituire a Lonzi quel che è di Lonzi, voglio ancora ricordare, dato il contesto, che la sua dura critica ai limiti di una visione marxista-leninista fondata sulla lotta di classe e condivisa dalla stragrande maggioranza delle femministe italiane, compare già nella Premessa del 1973 a Sputiamo su Hegel:

 “Sputiamo su Hegel l’ho scritto perché ero rimasta molto turbata constatando che quasi la totalità delle femministe italiane dava più credito alla lotta di classe che alla loro stessa oppressione”.

 E in Sputiamo su Hegel leggiamo ancora:

La donna è oppressa in quanto donna, a tutti i livelli sociali: non a livello di classe, ma di sesso. (….). Affidando il futuro rivoluzionario alla classe operaia il marxismo ha ignorato la donna e come oppressa e come portatrice di futuro; ha espresso una teoria rivoluzionaria dalla matrice di una cultura patriarcale”.

Ebbene tutto ciò premesso, non ci resta ora che confrontarci con le questioni sollevate da Parinetto sul tema dell’autenticità della differenza –  intesa, come abbiamo visto, “non tanto e non solo come il femminile (che non c’è ancora)” ma come  “differenza del polimorfismo”  e come “libido impredicabile” – e mostrare in quale travaglio la teoria della differenza sessuale si stia ancora dibattendo. Lo faremo, con il prezioso contributo delle due filosofe eccellenti già ricordate: Judith Butler e Adriana Cavarero e della psicanalista americana Jessica Benjamin molto apprezzata da Butler e dalla sottoscritta.

Iniziamo allora da un primo passaggio, di Cavarero,  da cui ben si vede come la trappola tesa al femminismo della differenza dalla logica binaria patriarcale sia esattamente la stessa descritta da Parinetto. Scrive infatti Cavarero:

 “L’ economia binaria fa così di nuovo scattare la sua trappola. Apparentemente, essa sembra consistere nella logica duale se non oppositiva, prodotta dalla categoria stessa della differenza. Se l’uomo e la donna sono differenti – e se non si vuole rinunciare a tale differenza – sembra infatti che non si possa fare a meno di pensarli come “opposti o come complementari”. A meno che si sgombri il campo dal problema stesso della differenza e li si pensi come “uguali”. (Cavarero, Restaino Le filosofie femministe)

Detto altrimenti, la differenza uomo-donna non viene pensata, secondo Cavarero e non diversamente da Parinetto, come differenza autentica ma come opposizione o complementarietà fra i sessi e va da sé che la differenza pensata in questi  termini è già intrappolata dentro quel dualismo che ne invalida l’autenticità.

Se consideriamo ora un passaggio della psicanalista Jessica Benjamin tratto da Legami d’amore in cui si parla, guarda caso, di “accettazione spuria” della differenza” – dove “spuria” significa, fra le tante cose, “di natura non ben definita”, “non autentica” “falsa” – l’affinità con il pensiero del nostro autore appare di nuovo visibile:

 “Come abbiamo visto, una spuria accettazione di differenza non fa che definire l’altro in contrapposizione speculare al sé (…). E’ possibile resistere a questa tentazione, è possibile analizzare i processi psichici che favoriscono la scissione e che sono alla base del dominio senza assegnar loro ruoli buoni o cattivi e senza equipararli ad attributi maschili o femminili. Il femminismo non ha superato affatto questa tentazione (….). Un simile  schema di innocenza femminile e di malvagità fallica non farebbe che ripristinare la vecchia contrapposizione di genere (…). Bisogna essere cauti per non cadere in una posizione così reattiva”. (Jessica Benjamin, Legami d’amore).

 La posizione “reattiva” qui descritta da Benjamin non differisce in nulla, concettualmente, dalla “trappola” descritta da Cavarero in cui è inclusa.

Vale infine la pena ricordare alcuni passaggi di Butler il primo dei quali,  per il suo esplicito riferimento a Irigaray considerata dal femminismo la grande rappresentate teorica del pensiero della differenza, ci interessa particolarmente per la lettura che ne dà Butler secondo la quale “la differenza sessuale” teorizzata da Irigaray “non è un fatto”, e “non rappresenta” neppure “alcun tipo di fondamento”.

“Vorrei sottolineare che non ha senso ancorarsi a paradigmi teorici, a terminologie preferite per esporre le ragioni del femminismo sulla base della differenza sessuale o per difendere tale nozione contro le rivendicazioni di genere. Ho iniziato con Irigaray perché credo che il suo appello alla differenza sessuale rappresenti qualcosa di diverso da una giustificazione. La differenza sessuale non è un dato, né una premessa, né un fondamento su cui costruire una teoria femminista; non si tratta di qualcosa che una volta analizzato si arriva poi a conoscere; al contrario, trattandosi di un quesito che esige una ricerca femminista, essa rappresenta qualcosa che non può essere del tutto enunciato (…) e rimane, in maniera più o meno permanente, da interrogare”.

E ancora:

 “Vorrei suggerire che i dibattiti sulla priorità teorica della differenza sessuale rispetto al genere, del genere sulla sessualità, della sessualità sul genere, sono tutti attraversati da un altro tipo di problema, un problema che la differenza sessuale pone, vale a dire la perenne difficoltà di stabilire confini fra il biologico e lo psichico (…). Forse è proprio perché essa si esprime ontologicamente in maniere difficili da determinare in modo permanente. La differenza sessuale non è né totalmente data, né totalmente costruita, ma è parzialmente tutte e due le cose. Questo significato di “parzialità” resiste a ogni evidente senso di “partizione” (…). Per come io la capisco, la differenza sessuale rappresenta il luogo in cui si formula e riformula l’interrogativo concernente la relazione tra il biologico e il culturale, dove deve e può essere posta, ma dove non può, specificamente parlando trovare risposta”.

 “Parzialità”, “Interrogativi” ”difficoltà a stabilire confini” e “determinazioni permanenti”, “quesiti che esigono una ricerca femminista”, “enunciazioni impossibili ad essere enunciate”: sono questi gli ingredienti fondamentali del pensiero di Butler che ne costituiscono la ricchezza e che mi hanno sollecitata a interrogarmi, una volta ancora, dopo la lettura di Corpo e rivoluzione in Marx, sul valore e sul significato della differenza autentica.

E se qualcuno/a mi rivolgesse la domanda rivolta a Butler su “quale sia l’utilità dell’offrire maggiori possibilità al genere” non saprei fare di meglio che rispondere con le sue stesse parole:

“… la possibilità non è un lusso, è indispensabile quanto il pane”.