IDENTITA’ SINGOLARITA’ POLITICA.

Pubblichiamo di seguito la terza ed ultima parte dello scritto di Gian Andrea Franchi oggetto di riflessione presso il Gruppo di Studio di Oikos-bios Centro Filosofico di Psicanalisi di Genere Antiviolenza nei due passati appuntamenti.

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Max Liebermann

Spielender Kinder

III

Disidentificazione

Non identificarsi come ebreo o palestinese, serbo o croato, italiano, francese, tedesco, o afgano, pakistano… (e nemmeno come uomo o donna: ma questo è un discorso più complesso). Ciò non significa rinnegare lingue e tradizioni. Al contrario. E’ l’unico modo per affermarle non per contrapposizione, a lungo andare distruttiva, ma per posizione, nella loro ricchezza creativa, trasformativa, nella unicità di ciascuna – per non finire nel tragico cul de sac di Israele. Ogni cultura, in quel che ha di meglio, è meticcia, bastarda, plurale. Quando si chiude in un’identità, si trasforma in vettore di odio e di morte, come dimostrano paradossalmente nazismo e sionismo.

La ‘funzione specchio’ dell’immigrazione” è “l’occasione privilegiata […] per rendere patente ciò che è latente nella costituzione dell’ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare…per portare alla luce o ingrandire (ecco l’effetto specchio) ciò che abitualmente è nascosto nell’inconscio sociale ed è perciò votato a rimanere nell’ombra, allo stato di segreto o di non pensato sociale[1].

Stare tra le identità, sottrarvisi, disidentificarsi, significa uscire dalla coazione del potere, dallo Stato come da ogni altra forma di potere, anche la più minuscola, anche fra amici, conoscenti, colleghi di lavoro, anche nei rapporti affettivi più intimi. La politica, in senso lato e forte, come alternativa allo stato di cose presente, è attività di disidentificazione, che vuol dire attività di singolarizzazione, di narrazione/invenzione della propria storia singolare: scoprire-agire l’unicità della propria vicenda, la forma della propria storia.

Questo vuol dire rifiutare l’identificazione del e con il potere. Ovviamente un soggetto non assoggettato non può non avere una forma che duri con coerenza nel tempo. Il punto è concepire la singolarità della soggettivazione come un percorso aperto, un cammino, il cui focus è sempre oltre ogni fissazione di forma, in un rapporto di scarto rispetto a ogni fissazione di forma: tras-formazione. Forse è possibile usare il termine queer per indicare questo dinamismo.

Un autore che ha posto, in termini politico/sociali, questo problema dello scarto è Jacques Rancière, nel tentativo di innovare la concezione tradizionale della lotta di classe. Per lui, la lotta di classe non va considerata in termini identitari, cioè come identificazione della massa che viene guidata al potere mediante un dispositivo d’identificazione come il Partito, che finisce con l’essere la prefigurazione di uno Stato, ancora di un potere dunque. Il potere non è alternativo a se stesso. Funziona sempre il fortunato ossimoro del Gattopardo: bisogna che tutto cambi perché nulla cambi, che si può allargare dalla ‘rivoluzione passiva’ italiana ai termini ben più dinamici del grande ossimoro capitalista.

Il soggetto della politica, secondo Rancière, è quello che non è contato nel conteggio del potere. E’ quello che costituisce, di volta in volta, uno scarto della società rispetto a se stessa. E’ l’escluso, il senza parola: “l’essenza della politica è il dissenso[2]. La politica esiste come deviazione, scarto, rispetto al corso normale delle cose. Questa anomalia si esprime “nell’anomalia dei soggetti politici, che non sono gruppi sociali, bensì forme di iscrizione nel conteggio di coloro che non sono contati” (ibidem, p. 188). E ancora: “Colui che non vogliamo riconoscere come essere politico cominciamo col non vederlo come portatore di segni di politicità, col non comprendere quello che dice, col non intendere quello che esce dalla sua bocca[3].

Leggendo queste righe, mi vengono in mente le donne. Le donne sono state da sempre e per eccellenza coloro che non sono state comprese, ascoltate, ma ‘utilizzate’ fino in fondo, soprattutto per quel ‘tu sei’ essenziale di cui parlavo prima, per garantire quel quantum e quel quale di amore senza di cui la vita non vive.

 5 – Tuttavia non basta dire “le donne”. Non tutte le donne sono donne in ugual misura.

Una donna bianca occidentale benestante può essere oggetto di violenza da parte del padre, del marito, del compagno, dell’amante, dell’amico o del passante, se si attarda a sera in un luogo isolato. Una donna povera di colore o una migrante può essere oggetto di violenza da parte di tutti gli uomini sopra citati e in più può essere oggetto di sfruttamento sessuale fin da bambina (come avviene in percentuale altissima nella maggior parte del mondo[4]), sfruttamento economico, vittima di tratta e di ogni genere di abusi.

Occorre dunque tener presente che la condizione della donna va composta con la condizione di classe e con il colore della pelle, legato a sua volta, anche alla condizione sociale. Condoleeza Rice, nera, già Segretaria di Stato USA sotto Bush junior, è stata una donna molto potente e presumibilmente in qualche misura lo è ancora. Nessuna condizione antropologica d’inferiorità – esser donna, esser colored, esser omosessuale – è di per se stessa sufficiente a indicare l’effettiva condizione di subalternità e di sofferenza.

La studiosa femminista indiana Chandra T. Mohanty critica “l’assunto secondo cui le donne rappresentano un gruppo omogeneo, già costituito, con interessi e desideri identici a prescindere dalla collocazione e dalle contraddizione di classe, di etnia, di razza, che implica nozioni di genere o di differenza sessuale, o persino di patriarcato, che possono essere applicati universalmente, indipendentemente dal contesto culturale[5].

Tendo a pensare però che l’inferiorizzazione della donna sia stato il paradigma antropologico dell’inferiorizzazione tout court, di quel bisogno di affermazione di sé in termini di potere nei confronti di inferiori che costituisce la dinamica centrale del riconoscimento identitario. Di qui la pervasività delle innumerevoli forme di inferiorizzazione legate al carattere intrinsecamente contrappositivo, ‘reattivo’ (Nietzsche), dell’identificazione.

Perciò la riflessione e l’azione nei confronti della violenza contro le donne vanno accompagnate dalla consapevolezza che non tutte le donne sono uguali, ma che ci sono donne che sono più ‘donne’  di altre. Domani, una donna nera omosessuale può benissimo diventare presidente degli USA o del Fondo Monetario, mentre la condizione delle migranti, delle richiedenti asilo, ma anche delle donne bianche occidentali ‘povere’, può continuare a peggiorare. Il capitalismo ammette la parità. La ricchezza eguaglia i ricchi. Bisogna dunque incrociare la condizione femminile con altre condizioni di subordinazione sociale e ‘privata’, di cui quella femminile è il prototipo, che la attraversano, altrimenti si rischia di cadere in una forma di essenzialismo e quindi di maschilismo al rovescio.

 6 – Il femminismo ha portato nella politica il corpo nella sua complessità e molteplicità. Non è più il corpo come forza lavoro, ma il corpo sessuato, il corpo erotico, il corpo che cerca l’altro corpo. Il corpo erotico è il corpo nella sua complessità e molteplicità di manifestazioni, legate tutte alla relazione con l’altro corpo come piacere. La precarietà vulnerabile del corpo viene percepita attraverso l’esperienza del piacere dell’altro (così evidente nell’infante). Perciò mi sembra che, riflettendo sul corpo, sia utile considerarlo quando non è ancora fissato in una forma relativamente definita, e in una compiuta fissazione di genere, ma quando è in piena formazione, biologicamente e soggettivamente.  Questo è per eccellenza il corpo dell’infante, che ci aiuta a capire che il corpo, in continua trasformazione, è un percorso[6]. Il corpo del neonato (ma anche del feto) mostra il lento continuo prender forma di un io corporeo, legato al ritmo del respiro, alle sensazioni di pelle (l’io-pelle, come è stato detto) – la costruzione di confini comunicanti –, alla scansione del nutrimento, nel rapporto con i caregiver.

E’ ben nota la concezione dello spazio transizionale di Donald Winnicott, che nasce dall’esperienza del rapporto con bambini piccoli: è lo spazio che si viene a formare fra il bambino e la madre (o i caregiver), che sarebbe la fonte di ogni creatività adulta. Lo spazio transizionale è quello in cui il confine tra dentro e fuori, fra fantasia e realtà, si sta formando e il bambino sta facendo esperienza di tale confine, fluttuante e graduale, come sulla spiaggia. Questa esperienza è quella del gioco: “sulla base del gioco viene costruita l’intera esistenza dell’uomo come esperienza[7]. Il gioco trapasserà poi nell’adulto nell’esperienza della creatività, cioè dello scambio reciproco fra ‘interno’ ed ‘esterno’, della capacità dell’”interno” di intervenire sull’”esterno” e insieme di accoglierlo. Ciò significa che il confine necessario fra sé e il mondo, fra sé e l’altro – che produce la differenza fra singolarità – deve essere aperto, in un gioco incessante fra dentro e fuori, come il confine-pelle, deputato a far passare ciò che fa bene e a bloccare ciò che fa male al corpo.

La creatività è un rapporto con lo spazio, e con il tempo: la capacità di immaginare e produrre un presente diverso dal presente dato, di rompere i suoi confini, che sono sempre i confini dello spazio del potere, che ordina, identifica, separa e, separando, unisce; che stabilisce il confine tra il possibile e l’impossibile. Questo confine, che è insieme dentro e fuori di ciascuno, mi sembra il cuore delle operazioni di ciò che chiamiamo potere. Ciò che chiamiamo creatività è valicare questo confine: produrre impossibili.

Oggi il dispositivo dominante di potere, chiamato ‘economia’, tende a unificare spazi territoriali diversi che erano culturalmente e politicamente diversi e separati, ma li unifica con l’astrazione della merce e del denaro, con le tecnologie digitali al loro servizio, che distrugge la complessità delle culture, producendo nello stesso tempo una molteplicità di confini sociali e anche individuali di ogni tipo secondo una dinamica d’inclusione/esclusione, molto più sottile di quella dei rigidi confini statuali, con forme d’esclusione più efficaci che seguono l’individuo dovunque vada, come mostra il fenomeno delle migrazioni. Queste tecnologie del potere producono nuove paradossali forme di assoggettamento. “l’homo digitalis si mostra spesso in forma anonima, ma non è un Nessuno, bensì un Qualcuno, e precisamente un Qualcuno anonimo[8], come nei profili di Facebook.

Bisognerebbe invece orientarsi (immaginando, inventando, costruendo) verso uno spazio aperto, fluido, dai confini mobili e cangianti: uno spazio temporale o, piuttosto, un tempo spaziante (con codici diversi, avviene nella fisica di Einstein). Dovremmo prendere come riferimento non tanto la nascita (Arendt) quanto il rapporto nascita/morte: ripensare la morte in rapporto alla nascita, nei termini della finitezza che è la matrice della singolarità. – l’unicità di ogni vita, di ogni istante di una vita -, superando così la (paura della) morte, che è alla base di ogni potere. Ciò che è unico è tragico perché è finito: nasce, rinasce, in ogni istante della vita. Ma, prima o poi, muore.

La nascita è anche il momento dell’assoluta vulnerabilità in cui appare pienamente il carattere fondativo, nutritivo, della relazione, dalla quale dipende la vulnerabilità cui siamo perennemente esposti. Ma in questa vulnerabilità s’impianta la relazione dei corpi, l’emozione del contatto… Dovremmo forse pensare alla vita sociale adulta come un’infanzia parlante e consapevole…

Il corpo, visto come un insieme concentrico di membrane traspiranti, osmotiche – un continuo passaggio tra confini aperti che giunge fino ai confini dell’atmosfera – può insegnarci qualcosa. Proviamo dunque a prendere la natalità come referente per le emozioni corporee profonde. L’eros ha pur qualcosa d’infantile… E pensiamo al corpo femminile che è un corpo aperto ad altre vite, per così dire, naturalmente fluttuante come certe forme marine di vita: mostra la permeabilità del confine fra i corpi. Il corpo maschile, invece, secondo la tradizione, è un corpo agonista, che fa della durezza della chiusura del suo confine, del contrasto con altri corpi, il proprio vanto.… il corpo muscoloso è il corpo aggressivo, violento, che agisce contro altri corpi, che colpisce e afferra…

Non si tratterebbe però di prendere a modello il femminile materno, corpo aperto simmetrico al maschile corpo chiuso e penetrativo. Si può dire che, se il corpo femminile è tradizionalmente legato al far nascere, il maschile prende a modello una certa visione della morte: la morte eroica, in guerra… Però la morte eroica, militare, imposta e subita, si basa sul rifiuto e la paura dell’altro, cui ci si rapporta appunto con la minaccia della morte; non comprende l’accettazione della morte come necessaria finitezza della vita individuale e come accoglimento dell’essere solo parte di un tutto. Nella grande narrazione classica, le figure tradizionali del femminile materno e del maschile eroico sono ben esemplificate da Andromaca ed Ettore, l’eroe buono difensore della patria e della famiglia.

Occorrere congiungere le due dimensioni separate e con ciò trasformarle. Se il dominio maschile, animato dalla paura del divenire che racchiude la morte, si afferma come controllo del processo vitale, della riproduzione, della nascita, cioè della donna –-, occorre superare la contrapposizione eterosessuale, basata su androcentrismo, paura della morte, violenza, che potrebbe liberare nuove forme… verso un polimorfismo in cui nascere e morire, non contrapposti ma uniti nella finitezza, siano le dimensioni di ogni vivere…

Non separare nascita e morte come femminile e maschile: che sia questo il punto o almeno un punto? Tenerle insieme, non avere paura della morte. E’ la paura della morte che fa prevalere il dominio maschile… Dalla paura della morte nasce il bisogno di controllare la vita: il potere. Coniugare, invece, nascita e morte: assumere la finitezza, la vulnerabilità come segno dell’intrinseca relazionalità della vita. Finitezza significa singolarità. Ciò che è singolare è finito, perché unico, irripetibile. E’ finito nello spazio e soprattutto nel tempo: la forma del soggetto in quanto singolarità diacronica è una storia. Ogni forma ha un confine, il confine della forma temporale del soggetto singolare, della storia, è la morte. Come dice molto bene Georg Simmel:

Il segreto della forma sta nel fatto che essa è confine; essa è la cosa stessa, e nello stesso tempo il cessare della cosa, il territorio circoscritto in cui l’Essere e il Non-più-essere della cosa sono una cosa sola. … il confine non è soltanto spaziale bensì temporale. Proprio per il fatto che il vivente muore, che il morire è posto con la sua natura stessa … , la sua vita riceve una forma[9].

Se fosse non finita e irripetibile, non sarebbe una storia, l’esistenza si stempererebbe in un’in-finità temporale e in un’indefinitezza spaziale di momenti. E’ l’unicità che dà a ogni nostro istante la sua ricchezza.

Liberarsi dalla paura della morte è il presupposto per liberarsi dal potere. Liberarsi dalla paura della morte, non deve essere – ancora una volta – una forma di eroismo, ma capire quale sia il posto della morte nella vita il suo rapporto con la nascita. Liberato dalla paura, il morire sarebbe per il singolo giungere alla propria fine che inaugura la modalità postuma dell’essere con gli altri: nel ricordo, nel lasciare una traccia, nell’aver formulato, attraverso la propria singolarità, una nuova possibilità di vita. La vita umana è un intreccio narrativo, connesso agli altri intrecci. Ognuno nasce per raccontare una nuova storia. Ma ogni storia finisce.

Su queste basi ontologiche è necessario tentar di rispondere al problema di Judith Butler:

 “… se riusciamo a comprendere in che modo certi tipi di interpellazione attribuiscono identità, allora le interpellazioni offensive impiegheranno proprio l’offesa in funzione formativa per l’identità. Questo non significa che un’identità resterà eternamente radicata nella sua offesa finché permane come identità, ma comporta certamente che le opportunità di risignificazione riformuleranno e risignificheranno quell’attaccamento appassionato all’assoggettamento in mancanza del quale la formazione – e le ri-formazioni – del soggetto non potrebbero avvenire”[10].

Se non è possibile rinunciare all’attaccamento a quella cospicua parte di ciascuno di noi che chiamiamo identità, tuttavia questo non significa che non sia possibile, stando consapevolmente nel cuore delle situazioni del presente, muoversi quotidianamente verso la creazione di forme associative basate non sull’identità, ma sulla singolarità, che potrebbero anche risignificare l’indispensabile base identitaria – questo senza alcun teleologismo, ma come ‘disperata speranza’ di vita degna d’essere vissuta.

[1] Sayad, cit. da Raimondi, cit., p.51.

[2] J. Ranciére, Ai bordi del politico, Cronopio, 2011 [1998], p. 192.

[3] Ibidem, p. 191.

[4]  Dal rapporto dell’ONU sullo stato della popolazione mondiale. Fra le bambine di 10 anni, a livello mondiale, nove su dieci, vivono in paesi ancora ironicamente chiamati in via di sviluppo. “Le bambine hanno una minor possibilità rispetto ai bambini di completare la loro scolarità e corrono un più grande rischio di subire un matrimonio forzato, lavoro infantile, mutilazioni genitali e altre pratiche distruttrici. […] Dall’età di 10 anni la bambina può essere sposata a forza, ritirata dalla scuola, per cominciare una vita consacrata a fare figli e a servire il marito; a dieci anni, può diventare un bene, una merce che si vende e acquista”.

[5] C. T. Mohanty, Femminismo senza frontiere, ombre corte 2012 (2003), p.35.

[6] Ma anche il corpo dell’adolescente e il corpo del vecchio, inciso dalla scrittura del tempo.

[7] D. W. Winnicot, Gioco e realtà, Armando 1974, p. 117.

[8] Cfr. Byung-Chul Han, Nello sciame, nottetempo, 2015, p.24.

[9] Cfr. G. Simmel, Metafisica della morte, SE, pp. 9-10.

[10] Cfr. J. Butler, La vita psichica del potere, Mimesis 2013, p.128.