Una conflittualità immedicabile e insoluta: Femminismo e Psicanalisi

 

 

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di Paola Zaretti/ Una conflittualitàimmedicabile e insoluta

Riprenderò e svilupperò di qui a poco, alcuni passaggi inerenti un tema che mi sta molto a cuore già trattato in un precedente saggio – il rapporto del femminismo con la psicanalisi – per mostrare ancora una volta e alla luce di alcuni commenti incontrati anche di recente, la misura e la conferma della conflittualità immedicabile e tuttora presente in questo rapporto. Inizierei a porre, intanto, una prima domanda preliminare riguardante il concetto di ideologia che non è affatto estranea alla natura della questione posta:

E’ possibile curare e risolvere, attraverso un’ideologia, una sofferenza femminile caratterizzata da una dipendenza patogena da un partner-carnefice? Un’ideologia sarebbe forse dotata, in quanto tale, dei requisiti necessari per esercitare una funzione terapeutica?

A sentire il giudizio espresso da Arendt sul concetto di ideo-logia –  “un cappotto per il totalitarismo un veicolo per trasportare ed applicare l’idea centrale totalitaria, il dominio assoluto” – parrebbe proprio di no. Esisterebbe dunque, tra ideologia e patologia una qualche misconosciuta parentela e tale constatazione è quanto basta e avanza per prendere le distanze, come femministe, da ogni forma di ideologia quale sia l’”Idea” da essa veicolata. Ciò premesso, mi chiedevo, qualche tempo fa, quale ruolo abbiano avuto all’interno del femminismo italiano donne come CARLA LONZI, ANTONIETTE FOUQUE, LUCE IRIGARAY e ANGELA PUTINO, figure importanti che lo hanno fortemente e diversamente segnato e ai cui contributi di pensiero siamo debitrici. E mi chiedevo, ancora, se sia possibile ricostruire storicamente, sia pure per sommi capi, il senso e il significato Politico, Filosofico e Psicanalitico della loro presenza e della loro rispettiva funzione all’interno di quel contesto. E’ bene ricordare che Due di queste donne, Antoniette Fouque e Luce Irigaray, erano – e il fatto è in questo contesto assai rilevante – psicanaliste e femministe.

Di qui una domanda: La psicanalisi è ancora considerata dalle femministe, “uno dei discorsi della rivoluzione in corso”?

C’è qualcosa di comune che avvicina, indubbiamente, tutte queste donne, nella sorte ed è certo che dei loro saperi, della loro singolare esperienza filosofica, politica e psicanalitica e dell’acquisizione delle pratiche ad esse connesse, il femminismo abbia abbondantemente usufruito prima di una presa di distanza, per ragioni diverse, da ciascuna di queste donne da cui tanto ha attinto. Al culmine è seguito un declino, al Fuoco le ceneri.  Addolora ammetterlo, eppure è così, proprio così che spesso iniziano, si strutturano, evolvono, deperiscono e si disfano, per molte donne, le relazioni – inizialmente cariche di amoroso e amichevole entusiasmo e di empatia – con le proprie simili.

Pensiamo a Lonzi e all’abbandono della pratica autocoscienziale, prima seguita, poi considerata una “pratica a termine” del tutto inutile e sostituita, infine, con “pratica dell’inconscio”.

Pensiamo alla relazione con Antoniette Fouque, Psicanalista francese rappresentante di “Psychanalyse et Politique” il cui pensiero e la cui pratica furono da subito accolte come “linfa vitale” soprattutto dalla Libreria delle donne di Milano ma con la quale poi, proprio sulla relazione materna, s’interruppe la relazione (materna?). Antoniette, dimenticata, sarà tuttavia nominata e ricordata il giorno della sua morte.

Pensiamo al felice esordio e all’accoglienza inizialmente mostrata a Luce Irigary, ben presto insignita del titolo onorifico di “vera autorità teorica assunta dal gruppo” con la quale i rapporti si andranno via via allentando e sgretolando nonostante la sua presenza, giusto qualche anno fa, a un Seminario di Diotima dall’andamento – così pare – un tantino burrascoso…

Pensiamo, infine, ad Angela Putino, una filosofa frequentatrice della Libreria delle donne la cui polemica che “non lasciava nessuno tranquillo nelle sue posizioni” (Zamboni) perché criticamente consapevole dei limiti di quell’”inclinazione isterica alla fusionalità” teorizzata dalla fautrici dell’ordine simbolico materno.

Ce n’è stato, per tutte insomma, psicanaliste incluse. E se riformuliamo la domanda:

La psicanalisi è ancora considerata dal femminismo “uno dei discorsi della rivoluzione in corso”? La risposta è NO. Leggo infatti, a conferma di questo dato, quanto scritto da una femminista, secondo la quale non si deve:

“affidare la rappresentazione della violenza a criminologi, avvocati e psicoterapeuti in quanto la loro lettura  “neutra e opposta” prescinderebbe dall’analisi femminista che sostiene il metodo dei Centri antiviolenza nati dall’esperienza e dal movimento delle donne”.

Compare, nel passo citato, la formulazione di un principio di esclusione che ha per oggetto, in questo caso, soltanto il genere maschile. Tra coloro, infatti, ai quali “la rappresentazione della violenza” NON deve essere affidata, vengono nominati, in sequenza, oltre a criminologi e avvocati, anche gli psicoterapeuti. E sia. Rilevo, solo per inciso, che se qui – come ormai ovunque – gli psicanalisti  non compaiono neppure in elenco, è per via della famigerata legge Ossicini, frutto di un’indicibile ignoranza, che se li è inghiottiti collocandoli, arbitrariamente ed erroneamente, tra psicologi e psicoterapeuti. Leggo, poi, un secondo passaggio in cui, nonostante la presenza di una variante apprezzabile – l’inclusione, nell’elenco, di alcune  “esperte” di genere femminile – il principio d’esclusione e la logica oppositiva incontrati nel primo, vengono tuttavia mantenuti e ribaditi in termini alquanto pesanti:

“La sanità attraverso gli esperti e le esperte (psicologhe/i, psichiatri, assistenti sociali, sessuologhe/i……) è riuscita ad ottenere la dipendenza delle donne dagli specialisti/e del comportamento, dai medici, dalla sanità. (…). Ci hanno fatto completamente perdere l’autonomia e la conoscenza del nostro corpo e ci hanno rese addomesticate e disponibili”. (Il Paese delle donne on line)

Ne deriva, considerando i due passi citati nel loro complesso, che l’elenco degli “intrusi” e delle “intruse” comprende indistintamente entrambe i generi e che tra le “intruse” declinate al femminile, ci sono pure le psicologhe e, presumibilmente, anche le psicanaliste che non vengono menzionate per le ragioni sopra dette. Ora, se come “psicologa”, la questione potrebbe anche non riguardarmi, come psicanalista mi riguarda invece direttamente e da vicino. Se non altro perché, nel bel mezzo della lettura di questi passi, me n’ è tornato in mente un altro – stesso tenore ma decisamente più aggressivo – risalente al mese di dicembre in cui una femminista, dopo aver fatto riferimento alla psicanalisi  in termini decisamente screditanti, invitava un gruppo di psicanaliste e psicologhe femministe che lavorano da anni contro la violenza alle donne, all’”umiltà” e “allo spirito di apprendimento rispetto alla pratica delle donne”. Una sparata, chiaramente a noi rivolta, del tutto fuori luogo – a cui abbiamo, in quell’occasione, prontamente risposto – fatta per erigere inutili steccati e futili opposizioni tra la cosiddetta ”pratica delle donne” e la pratica di donne che, essendo femministe con l’aggiunta ulteriore di un’analisi personale e di una formazione analitica alle spalle, lavorano sul campo non già con un “meno” ma, se mai, con un “di più” di competenza rispetto alla cosiddetta “pratica delle donne”. Ci troviamo di fronte, insomma, all’Assurdo: delle donne che hanno praticato per anni il femminismo e che mettono a disposizione di altre il sapere aggiunto loro derivante loro da una formazione analitica, non solo non vengono riconosciute, ma sono considerate portatrici di un DEFICIT, rispetto a una genericamente detta e non meglio definita “pratica delle donne”.

Ciò mi ha sollecitata, inevitabilmente, – come donna, come psicanalista e come femminista – a ritornare, ancora una volta, sul tema del rapporto conflittuale del femminismo con la psicanalisi, per dire che ciò che in questo rapporto non torna ma che costantemente ritorna, è la stessa competizione di sempre di cui è stato dato ampiamente conto in diverse occasioni. E poiché ho una passione incontenibile per le domande terra terra, per quegli interrogativi che non vengono neppure sollevati per una sorta di cecità fideistica nell’apparente ovvietà della risposta, l’interrogativo che vorrei porre e che riguarda, ancora una volta, una delle tante “facce”, con cui puntualmente si ri-presenta la vexata quaestio del rapporto del femminismo con la psicanalisi o, più in generale, con le pratiche cosiddette “psi”, è la seguente:

Esistono, in tema di violenza alle donne, delle specifiche competenze femministe “in quanto femministe”? Delle competenze derivanti unicamente e semplicemente dal fatto di dichiararsi “femministe” per aver vissuto direttamente e attivamente partecipato all’esperienza degli anni ‘70 e successivi? Esistono davvero delle competenze “femministe” che non siano puramente ideologiche e che possano vantare un’assoluta autosufficienza rispetto ad alcuni ambiti disciplinari, cognitivi e formativi che comprendono l’ antropologia, la filosofia, la psicanalisi, la psicologia,  la sociologia, la teologia?

L’interrogativo nasce dal fatto che i termini “femminista” e “femminismo” vengono spessissimo usati, come in questi casi, per significare “saperi” acquisiti – reali e/o supposti – di cui le donne sarebbero detentrici esclusive, saperi che vengono rivendicati da alcune come “proprietà” esclusive ed escludenti e che sarebbero in aperto contrasto – per via oppositiva e/o concorrenziale – con alcuni degli ambiti disciplinari sopra indicati. Quasi che i significanti “femministe” e “femminismo” avessero di per sé e in quanto tali, il potere e la facoltà di rappresentare e di esaurire  l’Uni-verso  e l’intera gamma delle competenze necessarie per rispondere alle domande di donne bisognose di aiuto per uscire da situazioni difficili.  Ebbene, ciò non va propriamente da sé. Si parla infatti, nel passo inizialmente citato – lo rilevo giusto per restare sul terreno della concretezza e della materialità delle parole e senza alcun intento polemico – di “analisi femminista”, si parla di una metodologia del tutto speciale di cui sarebbero dotati i Centri antiviolenza “nati dall’esperienza e dal movimento delle donne”. Si parla dunque di una specificità che garantirebbe un tale livello di autosufficienza cognitiva e formativa da suggerire alle donne di evitare, oltre ad altre figure, psicoterapeute e psicanaliste.

Non insisterò per sapere in che cosa esattamente consista “l’analisi femminista” e neppure per conoscere il “metodo” sostenuto dai Centri antiviolenza “nati dall’esperienza e dal movimento delle donne” anche perché di quell’esperienza e di quel movimento qualcosa, per avervi preso attivamente parte, ne so. Ed è perché qualcosa ne so che considero la questione, così impostata, poco promettente, nella misura in cui ciò che in questa assurda impostazione competitiva ancora una volta si ripete, è la conflittualità del rapporto del femminismo con tutto ciò che ha a che fare con la sfera dello psichico.

Se ho deciso di esplicitare il mio pensiero è perché la questione mi riguarda, come dicevo, da vicino, e mi riguarda su tre versanti simbolicamente importanti: personale, politico e professionale. Avendo infatti fondato con altre donne, psicanaliste e psicoterapeute, un Centro di Psicanalisi Antiviolenza, lavorando da molti anni con “pazienti” soprattutto donne e avendo partecipato in prima persona al movimento delle donne anni ‘70, non posso che rigettare categoricamente un’assimilazione-identificazione pregiudiziale a coloro che (criminologi, avvocati e psicoterapeuti) sosterrebbero, sulla violenza alle donne, una “lettura neutra e opposta” alla cosiddetta “analisi femminista”. Le logiche escludenti sono regolamentate da schemi di potere maschili che utilizzano, come si sa, procedure che non rendono giustizia a quelle “differenze” che prima di essere esaltate a parole – devono essere riconosciute.

http://femminismoinstrada.altervista.org/presenze-femminili-assenti/

http://femminismoinstrada.altervista.org/oikos-bios-centro-filosofico-di-psicanalisi-di-genere-antiviolenza/